Per Ariodante Marianni

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lunedì, 26 ottobre 2009

Poesie alla luna

Poesie alla luna, libro di grande formato con belle illustrazioni di Gianni De Conno, si chiude con alcuni versi da Foglie d'erba di Walt Whitman, nella traduzione di Ariodante Marianni:                                              

Abbassa il tuo sguardo, bella luna, e inonda questa
scena,
versa benigna i fiotti del nimbo della notte su volti
orrendi, tumefatti, violacei,
sopra i morti riversi con le braccia spalancate,
versa il tuo limbo generoso, sacra luna.
 

poesie alla luna, copertina


lunedì, 19 ottobre 2009

Acrostico per una mostra di Simona Weller

verdeazzurro/acqua/vento/rombo/luce/conchiglia
               
sapremo mai che cosa chiedi e 
in che lingua risponde il tuo
mare fanciullo mentre trascrivi le sue
onde compitandole
nella grafia di chiusi sillabari ed
atlanti di No-
where caparbiamente  
esplorando 
le sue variegate correnti con arguta     
leggerezza e molto amando
e affondando nel verdeazzurro/acqua/vento/
rombo/luce/conchiglia delle tue indocili tele?
       
Ario, 1996

postato da: ariomarianni alle ore 07:25 | link | commenti
categorie: acrostico, ariodante marianni, simona weller
lunedì, 05 ottobre 2009

Diavoletti. Giocando con i bambini

Farfarello è un furfantello,  
e Alichino è malandrino;
Draghignazzo è tozzo e pazzo,
e Cagnazzo ha il pel paonazzo;
se Ciriatto è un gatto matto,
Libicocco è un nero allocco;
Barbariccia è pien di ciccia,
Graffiacane ha sempre fame;
Scarmiglione è un gran piscione,
e completa la decina Rubicante o Calcabrina.
 
 
(per i nomi , v. Divina Commedia, Inferno, canto XXI, vv. 29 e segg.)
Da Ariodante Marianni per "Libri in rima", laboratorio della Biblioteca Marazza di Borgomanero NO
 

postato da: ariomarianni alle ore 10:27 | link | commenti
categorie: ariodante marianni, diavoletti in rima
giovedì, 17 settembre 2009

Un video, poeti in gara: Mario Luzi - Ariodante Marianni

Seconda edizione del premio poetico Poeti in gara, ideato e curato da Giorgio Weiss per la trasmissione l'Aquilone di RAIUNO; incontro tra i poeti Mario Luzi e Ariodante Marianni del 16 febbraio 1990:

http://www.youtube.com/watch?v=1a7xr0mxfBo&feature=related


martedì, 15 settembre 2009

Un video: poeti in gara, 1990. Alfredo Giuliani - Ariodante Marianni

Seconda edizione del premio poetico "Poeti in gara", ideato e curato da Giorgio Weiss per la trasmissione l'Aquilone di RAIUNO: incontro tra i poeti Alfredo Giuliani e Ariodante Marianni, Roma 1990.

Qui il video: http://www.youtube.com/watch?v=6it6staOpLo 


postato da: ariomarianni alle ore 18:40 | link | commenti (2)
categorie: giorgio weiss, ariodante marianni, laquilone rai1
martedì, 08 settembre 2009

Un'amicizia per la vita e oltre. Uno scritto in memoria di Jole Tognelli

           Incontrai Jole Tognelli, la prima volta, sulle pagine d'un giornale. La Fiera Letteraria aveva indetto un concorso di poesia e una sua composizione intitolata “Lamento d'Eva” l'aveva vinto. In quel testo, pieno di echi ungarettiani, e che verteva su quella che un ventennio più tardi sarebbe passata come tematica della "condizione femminile" (ma qui vista non tanto come frutto di una socialità perversa, quanto come destino ineluttabile, ravvisato nel mito ebraico della creazione) c'erano versi che mi si impressero nella memoria; uno, soprattutto, un endecasillabo di rara efficacia, mi si ripresentava con tanta insistenza da svuotarsi progressivamente d'ogni carica poetica fino ad assumere toni quasi umoristici. “E che son io se non mi tocca Adamo?” mi capitò di citarlo in conversazioni frivole, e non sempre castigate.Fu così che quando, anni dopo, trovai su una bancarella un volumetto intitolato provocatoriamente Eva contro Adamo, non esitai ad acquistarlo. Era l'esemplare n. 550 del suo primo libro di versi: Roma, 1950, 600 copie numerate, con cinque (brutte) illustrazioni fotografiche in bianco e nero, palesemente pubblicato a proprie spese, e piuttosto sciatto, nonostante la tipografia sfoggiasse il nome di Arte della stampa. Oltre ai versi, conteneva due brevi prose, una “Pagina per Eva”, a mo' di prologo, e un “Commiato”, con pensieri e citazioni, evidentemente destinati a fornire alcune linee di poetica. Non posso dire che la lettura del libro mi entusiasmasse; il linguaggio, nonostante vi avesse gran parte l'Ungaretti degli "Inni", era ancora tardo-simbolista, con influssi della poesia francese (Valéry) e tedesca a cavallo del secolo (Rilke, George), che a me, stretto fra la concretezza dei classici e quella dei moderni anglo-americani, non poteva certo apparire consanguineo. E poi, anche la materia mi sembrava confusa, troppa carne al fuoco, troppe spezie, troppa letteratura. E tuttavia in quel "troppo" c'era abbastanza da farmelo ritenere interessante e indurmi a conservarlo.
           Passò altro tempo. A una festa di Capodanno (1959) in casa di Giuseppe Cassieri, dove con altri amici mi aveva portato Enzo Mazza, trovai anche la Tognelli. Il suo aspetto s'imponeva: alta, bionda, un volto irregolare ma espressivo; occhi turchini dietro le lenti da miope; abiti alquanto vistosi, lunghe gambe dentro calze viola. Seduta compostamente, non partecipava alla nostra gazzarra, ma ne era visibilmente divertita. Mi avvicinai a lei; le parlai del suo libretto, manifestandole le mie riserve che accolse con spirito, dandomi ragione su molti punti. Trovai una conversatrice intelligente, ironica, disponibile al dialogo. Chiacchierammo a lungo, con crescente simpatia. Quella walkiria quarantenne rivelava un'anima timida, desiderosa di aprirsi, con ingenuità ed entusiasmi da adolescente, una mente nutrita di fantasie e riflessioni solipsistiche ma anche di molte letture, asistematiche, ingurgitate con avidità onnivora.
           Prendemmo a frequentarci, prima sporadicamente, poi sempre più spesso. Mi regalò due suoi volumetti pubblicati prima di conoscerci: Il manualetto del pittore (1951), una raccolta di aforismi di vario genere sull'arte, con qualche felice intuizione, passi denotanti acume e sensibilità, insieme ad asserzioni indimostrate, frammenti oscuri, appunti scarsamente interessanti. L'altro, Quadri di una galleria privata (1958), conteneva una trentina di poesie che mostravano un progressivo distacco dalle poetiche simbolistiche e la contemporanea comparsa di alcune direzioni di marcia (già presenti, del resto, seppure in minore evidenza, nei versi precedenti) destinate a segnare la via alla produzione successiva: cadenze, stilemi, predilezioni lessicali (parole con suffisso in "zione", per esempio), aggettivi conflagranti coi rispettivi nomi con esiti spesso surrealistici, uso di inserti mutuati da altri contesti.
           La poesia di Jole si era venuta formando nella più totale solitudine; non può sorprendere che la nostra amicizia abbia avuto un peso nel suo sviluppo perché fui il primo a parlare con lei dei suoi versi, ad analizzarli insieme con affettuosa partecipazione. Alla sua acuta intelligenza bastava poco: un'esitazione nella lettura, l'avvertimento d'una ridondanza, o d'un vuoto, la segnalazione d'un allentarsi della tensione lirica. Incoraggiato dal fatto che accettava volentieri, sollecitandole anzi, le mie critiche, mi mostravo spietato o allegramente caustico (coerentemente con le mie idee di allora, come fra poco dirò) con le poesie che via via mi mostrava; ma anche un'osservazione buttata lì come una battuta poteva avere la sua importanza. Ricordo una delle prime: "Sei così divertente quando parli, perché diavolo, scrivendo, sei tanto seriosa?". L'effetto arrivò quasi subito, quando cominciò a riversare nella scrittura il suo naturale umore toscano e a fare dell'ironia un uso costante e personalissimo (1).
            Anche per me, l'incontro con Jole fu vitale. Stavo uscendo da un'esperienza che aveva messo a dura prova non soltanto le mie convinzioni letterarie, ma addirittura un modo di vedere le cose. Il punto di partenza era stato l'impegno redazionale nella rivista Marsia che con un gruppo di amici (peraltro assai eterogeneo) avevamo fondato nel 1957. Dover agire nel vivo contesto letterario mi fece scoprire con avvilimento quanto fosse inadeguato il mio bagaglio di conoscenze; necessitavo di una vera e propria rifondazione culturale. Mi misi a leggere di tutto; feci incontri con testi che mi apparivano fondamentali e che mi vergognavo di non aver conosciuto prima. Uno di questi, nello stato mentale che mi si andava creando, mi colpì in modo esagerato, anche perché dava corpo con buoni argomenti a riflessioni e sospetti che mi trascinavo vagamente dall'età giovanile. Lo avevo trovato citato nel libro di Rossi-Landi su Charles Morris, e mi ero affrettato a ordinarlo: era Language, Truth and Logic di Alfred Ayer. La sua lettura mi cacciò in un vero labirinto, obbligandomi a un'affannata ricerca di verifiche attraverso una moltitudine di altri testi e discipline: storia, antropologia, teorie della critica e della letteratura, psicologia, semiotica, sociologia, che inevitabilmente mi riconducevano al nodo principale: il rapporto fra il pensiero e le parole con cui viene, anche mentalmente, formulato. Entrai in crisi; mi sentivo come incapace di pensare, difficoltoso esprimere la più comune sensazione. Quando la nostra rivista cessò le pubblicazioni - l'ultimo numero uscì nella primavera del 1960 - già da molti mesi me ne ero estraniato; gli amici, vedendomi abulico, mi credevano stanco; nessuno di loro conosceva il mio vero problema.
            In quello stato d'animo, uno scambio così intenso come quello istituito con Jole, consentendomi di seguire dal vivo i processi creativi di uno spirito tanto più libero e aperto al subconscio, mi arricchiva e fungeva inavvertitamente da stimolo. Ci vedevamo spessissimo, insieme agli altri amici o da soli; l'accompagnavo a tutte le prime al Teatro dell'Opera, visitavamo insieme mostre, discutevamo. Nell'estate del 1962, la sera, solo in casa, per distrarmi, senza alcun progetto o motivazione coscienti, mi ritrovai con i pennelli in mano a rivisitare un'attività perseguita con fervore da ragazzo e dovuta per necessità abbandonare. A poco a poco mi ci riappassionai, dedicando ad essa tutto il tempo libero, che non era poi tanto. A Jole, quelle mie prime cose piacquero molto e ne fu tentata; cominciò a disegnare anche lei, accrescendo ulteriormente le nostre occasioni di scambio. Per me ritrovare la pittura fu la salvezza (non potevo immaginare che vi avrei fatto quasi una carriera!): mi consentiva di sfogare una creatività repressa      facendo a meno delle parole. In un certo senso me ne liberava, e tanto più che avevo ripreso a dipingere sulla scia dell'informale e della casualità, fuori da ogni costrizione accademica.
           Gli anni dal 1962 al '67 furono per tutti e due piuttosto pieni. Jole scrisse e pubblicò l'Introduzione all'Ars punctandi (1963), la Lettera a Maria Barbara (1965), le nuove poesie di Dopo la Genesi (1967), le traduzioni dell'Ermafrodito del Panormita, oltre a occuparsi attivamente di Galleria e di Prospetti, le due riviste di cui era condirettrice - e oltre, naturalmente, al suo lavoro all'ufficio stampa del Teatro dell'Opera. Io (lavoro d'ufficio a parte anche per me) pubblicai nel 1965 la mia sudatissima versione delle poesie di Dylan Thomas, curai alcuni libri. e nel 1966, allestii la mia prima mostra personale alla Libreria Einaudi in Via Veneto, centro in quegli anni della vita culturale romana. Jole, frattanto, mi aveva procurato una grande occasione di esperienze, quella di collaborare all'Ufficio Stampa del Festival dei Due Mondi. Vi trascorrevo (e durò oltre due lustri) l'intero mese di ferie a contatto quotidiano con artisti d'ogni genere e cultura in un rimescolio d'invenzioni e di idee, entusiasmi e tremori: la vita dell'arte. Vi ebbi anche la rara opportunità di partecipare direttamente all'organizzazione di quelle straordinarie tornate di poesia che mettevano insieme, per la prima volta in Italia, i maggiori poeti contemporanei d'ogni lingua e paese. L'esperienza di Spoleto mi aiutò anche a capire perché il mondo del teatro - e dell'Opera, in particolare, in cui la più sfacciata finzione si sposa alla verità del canto e della musica in un equilibrio precario e nella più scoperta evidenza - si fosse così tenacemente radicato nella poesia di Jole.
            Dopo la Genesi (titolo che le avevo suggerito io, così come avevo chiesto a lei di dare un titolo ad alcuni monotipi della mia mostra) uscì nel 1967 nella collana "Sintagma" dell'editore Sciascia e comprendeva poesie composte dal '59 al '66. Jole volle generosamente dedicarmelo, aggiungendo a mano: “gli avanzi delle poesie sforbiciate da Ario”. Benché uscisse dopo l'antologia dei Novissimi (1961) e la formazione del Gruppo 63, apparteneva alla stessa temperie e si collocava, con sicura originalità, fra i migliori prodotti della neo-avanguardia. Di questo, non fummo in molti ad accorgerci; uno fu sicuramente Gianni Toti che nella prefazione al volume ne indicava la naturale carica eversiva in consonanza coi tempi, ne elencava gli aspetti esteriori (i titoli di fianco alle composizioni, il fraseggio senza pause né spazi tra le parole, l'impaginazione a doppio binario con offerta di pluriletture, le grafie geometrizzanti e la grafica dislocante, le parole ripetute o fatte a pezzi e ridotte al loro residuo fonetico, l'inserto di locuzioni straniere e stranieranti, i neologismi, ecc.) e metteva in rilievo a proposito del materiale, ispirato ancora in gran parte all'Antico Testamento (“la storia della genesi è sempre aperta”, scriverà Jole anni dopo, in uno dei suoi Teatrini): "una nuova biblicità quotidiana, un parametro diacronico solo apparentemente perché rivelatore di strutture sincroniche della nostra coscienza ideologistica (cioè falsa, ipostatizzante, ecc.) o della nostra subita-sofferta ottica cieca".
           La difficile strada intrapresa da Jole, la cui origine, a ben vedere, è già rintracciabile nei testi di Eva contro Adamo e che a riassumerei come duplice, simultaneo ascolto delle "voci di dentro" e dei "rumori di fuori" (quelli del proprio "vissuto", o derivanti da storia e cultura), con abbandono a un cauto semi-automatismo, trovò in Dopo la Genesi un'efficace sperimentazione e notevolissimi esiti. I quali vennero a totale maturazione nel libro successivo che uscì nel 1971 nei "Quaderni" di Marsia in una preziosa veste tipografica curata da Alessandro Dommarco, e che Jole illustrò con propri disegni. In Intervento onirico, la mèta appare perfettamente e consapevolmente raggiunta (2): "interno" ed "esterno", liricità e ironia, agiscono sullo stesso piano, compenetrandosi e opponendosi in un moto apparentemente immobile come nella classica rappresentazione grafica dello Ying-Yang. Coinvolto, e al tempo stesso estraniato, il lettore vi sperimenta uno stato mentale assai prossimo a quelli che si ritengono prodotti da certe forme di conoscenza visionaria. (3)
           A proposito di questo libro, poiché ad apertura di volume l'autrice dichiara: “Questa raccolta è ispirata ai monotipi di Ariodante Marianni presentati il 26 maggio 1966 alla libreria Einaudi in Roma” è opportuno qualche chiarimento. Prima della mostra, avevo chiesto a Jole di aiutarmi a scegliere i pezzi da esporre e - come ho già accennato - a dare un titolo ad alcuni di essi (qualcun altro fu "battezzato" da Alfredo Giuliani). Jole venne da me, esaminò i pezzi con attenzione, e mi pregò di lasciarla sola; quando mi richiamò la trovai in preda a una forte emozione; aveva in mano degli appunti e il suo tono di voce era cambiato. Mi riferì i titoli che aveva pensato (e di cui feci scrupolosa menzione nella presentazione al catalogo) e non aggiunse una parola. Che cosa aveva letto in quei fogli? Dopo il vernissage, tornò più volte a vedere la mostra, e ne scrisse una generosa recensione. La nascita del libro fu dunque un evento fortunato (siamone grati agli Dei della poesia!) in cui ebbero parte oscuri fattori affettivi. La mia pittura funzionò da semplice catalizzatore, come avrebbe potuto farlo un viaggio o un incontro, mettendo in moto reazioni che riuscirono a cristallizzare le particelle in sospensione di una ricca interiorità, in un momento particolarmente fecondo.
            Nell'aprile o maggio del '67, le mie frequentazioni con gli amici avevano subito una brusca riduzione: ero andato a lavorare con Ungaretti e l'impegno mi prendeva ben oltre le ore che gli dedicavo. Così, del volume successivo di Jole, uscito nel '72, gli straordinari Teatrini dell'assurdo e del possibile, pieni di humour (“Onfalopoiein”, “Parasessuologia scolastica”, “Fraseologia”, “Duetto in mi”) e di funamboliche fantasie (“Precedente etico dell'omineide” e “Assolo dell'omineide”) non ebbi che scarse anticipazioni. L'andare a vivere in campagna diradò ancora di più i nostri incontri che tuttavia continuarono ad essere ogni volta una festa. Jole continuava a scrivere e a pubblicare; a interessarsi di Galleria e della piccola cerchia di poeti e artisti, per lo più giovani donne, che negli ultimi anni si era formata intorno a lei con affettuosa devozione. La sua bibliografia si arricchì di numerosi titoli: volumi di poesie, traduzioni, cura di testi, che mi mandava regolarmente o più semplicemente mi dava a mano, quando ci si vedeva. Con l'andare del tempo, la sua scrittura si era placata; le poesie di Area operistica o quasi (Sciascia,1982), di Presunto diletto (Edizioni Florida, 1984 - con la lucida prefazione di Bruno Cagli) fino alle ultime, tragiche nella premonizione della prossima fine, de Il Discensore (Biblioteca Cominiana, 1989), non presentano più le aspre difficoltà delle precedenti, pur conservandone le caratteristiche di fondo. Ma fra gli ultimi libri, quello che ho amato di più è certamente Insettivoci (IBN Editore, 1989), che mi sembrò subito un piccolo capolavoro: una raccolta di "raccontini" centrata sugli insetti che osservava con occhio poetico e cura di entomologo nella sua casa di Monte San Savino a pochi passi dalla dantesca Gargonza: mirabili esempi di riflessione profonda e incomparabile leggerezza.
            I ricordi di chi la conobbe e le fu accanto, raccolti in questo fascicolo, diranno che genere di persona fosse Jole. Per me, fu l'amica ideale: affettuosa, leale, tollerante, generosa nel senso più ampio (e non sempre gli amici lo sono, è doloroso provarlo, anche i più cari). La sua integrità morale e l'onestà intellettuale non avevano bisogno di esser messe alla prova, tanto erano connaturali alla sua indole e al suo carattere. Volava troppo alto perché gelosie e rivalità la turbassero, perché dovesse ricorrere alle comuni ipocrisie e sotterfugi. Io so di averla amata molto, ma non abbastanza; perché non si ama mai abbastanza chi ci è vicino ed è disponibile sempre, i nostri compagni di viaggio e di ventura. 
           In questi giorni che ho ripercorso attraverso i suoi libri tanti anni della nostra amicizia, un'immagine fra le molte mi è tornata spesso; un'immagine di grazia e di fugace letizia che la memoria custodisce nei suoi cassetti segreti con tenerezza e intatta nostalgia. Mi è gradito raccontarla, come si fa d'una foto ben riuscita, a chiusura di questa mia testimonianza. Fu durante una gita con gli amici a Bomarzo; dopo il giro dei "mostri", ci fermammo su un prato a mangiare i nostri panini. Sarà stata la splendida giornata, quel po' di vino bevuto, o una reazione alle chiacchiere importune d'uno del gruppo, all'improvviso mi prese un colpo di mattìa: cacciai un urlo da Tarzan e presi a rotolarmi lungo il pendio erboso. Immediatamente, Jole mi seguì, fra lo stupore degli altri che di colpo ammutirono. Ridendo, mi rovinò addosso con tutta la sua mole; poi si tolse gli occhiali e si distese supina, le braccia allargate intorno alla testa, assorta in una calma, infantile, totale felicità.. Era bellissima, come mai l'avevamo veduta, gli occhi davvero due ametiste, d'un azzurro violaceo, appena increspati da un'indicibile sorriso.
Ariodante Marianni (per il numero unico di Galleria, dedicato alla Tognelli)
(1) Quanto Jole prendesse sul serio l'aiuto e il conforto che le veniva dai nostri colloqui, lo prova una sua lettera del 14 novembre 1964, con cui mi inviava il testo di "Aeroplano da turismo" in una versione assai diversa da quella poi pubblicata in Dopo la Genesi:
         Caro Ario, sei un po' la mia "coscienza", mi basta un tuo silenzio o una semplice incertezza perché tutto mi sia chiaro. Il "conoscersi" è sempre mediato; l'autonomia è un attraversamento. L'oggettivazione del quid non rientra nell'ego. "Aeroplano da turismo" non è un'altra cosa ma è quasi la cosa. L'intervento della cronaca, la successione delle date, delle disposizioni, degli eventi e degli incontri (il tempo esaurito fino all'estremo) ha eliminato le superflue compiacenze e restituito alla "verità" del germe. Di nulla sicura, credimi, l’ènomè scheggia la presunzione. Al di là della sofferenza c'è la sofferenza o qualcosa che le somiglia. In bene e in male. Non stancarti di seguirmi (anche se non lo merito) (forse neppure morti si può essere soli)”.   
 
(2) E` interessante confrontare il bel saggio che Jole dedicò, non a caso, ad Alberto Savinio in Letteratura Italiana - I contemporanei, vol.2 (Marzorati Editore, Milano 1969). Me lo segnala l'amico Nino Libertini. Interpretazioni e citazioni in esso contenute potrebbero bene adattarsi a certi scritti di Jole, spie involontarie di una propria poetica e segno indubbio di una coscienza critica acutamente vigile nell'operare.
 
(3) Mario Petrucciani, nella recensione al libro apparsa sull’ Avanti! del 26 marzo 1972, scriveva: "Intelligenza ideativa e sapienza tecnica sostengono un dettato dirompente e provocatorio che fonde, nello scatto dell'invenzione linguistica, crudi bagliori e materia in disfacimento, tenerezza e rabbia. Dalla sua personalissima angolazione di ricerca semantico-stilistica, un'angolazione sciabolata di lampi ora glaciali ora roventi, la Tognelli riesce a decifrare alcuni lineamenti dell'assurdo in cui vive oggi l'uomo tecnologico".

lunedì, 27 luglio 2009

Gli uomini migliorano con gli anni

Sono corroso dai sogni,
Un tritone di marmo consumato
Dalle intemperie, in mezzo alle correnti,
E tutto il giorno contemplo la bellezza   
Di questa donna
Come una bella immagine
Rinvenuta in un libro,
Compiaciuto di averne pieni gli occhi
O i perspicaci orecchi,
Non d'altro pago che d'essere saggio,
Perché gli uomini migliorano con gli anni.
Eppure, eppure,
Questo è il mio sogno, o è la verità?
Oh, se ci fossimo incontrati
Nella mia ardente giovinezza!
Ma io divento vecchio in mezzo ai sogni,
Un tritone di marmo consumato
Dalle intemperie, in mezzo alle correnti.
                                                                                                        
W. B. Yeats, da I cigni selvatici a Coole, traduzione di Ariodante Marianni

postato da: ariomarianni alle ore 17:58 | link | commenti (1)
categorie: william butler yeats, ariodante marianni
mercoledì, 22 luglio 2009

Temi civili da "Viaggio in incognito" a "Un amore senile"

 

capoverso, n.117, gennaio- giugno 2009

Il breve saggio è uscito sul n. 17, gennaio - giugno 2009, di CAPOVERSO, rivista di scritture poetiche, edita dalle delle Edizioni Orizzonti Meridionali alle pp.54 e seguenti.

giovedì, 16 luglio 2009

Cronache

Domenica mattina, primi giorni
di primavera, litorale adriatico.
Passeggiamo tenendoci per mano.
Le suole affondano nell’umida sabbia, 
il cuore è allegro, intorno aria di festa.
Laggiù, oltre il molo, spuntano vele
da diporto; al centro, un vecchio asciutto
manovra con sapienza un lungo filo
con undici aquiloni allineati:
li alza e li fa scendere in picchiata,
li volteggia in leggiadri ghirigori.
Undici (mi domando) simboleggiano
la sua squadra di calcio? Più su, gabbiani
gareggiano col vento. Una folata
mi spinge fra i piedi un foglio di giornale
ne occhieggio il titolo: sopra altre sabbie,
undici giovani in una camionetta
saltano in aria su una mina. Stretta all’aorta.
Ma lei mi bacia e io torno spensierato.

 

(da Un amore senile e altre spezie. Con una nota di Alfredo Luzi, Book Editore 2008)
.

martedì, 14 luglio 2009

Oggi adesione allo sciopero

logobavaglioNetworkani

postato da: ariomarianni alle ore 10:26 | link | commenti
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giovedì, 09 luglio 2009

Roma 29 maggio 2009

Il 29 maggio alla libreria Odradek di Roma è stato presentato il n. 233/2009 della rivista Fermenti. Nell'occasione Donato Di Stasi, autore di una approfondita recensione ad Un amore senile nello stesso numero, e Mario Lunetta hanno ricordato la persona e l'opera di Ariodante Marianni. Dai momenti di amicizia condivisa alle (rare) apparizioni pubbliche di Marianni negli incontri romani di poesia, dalla sua concezione alta della letteratura agli anni in cui, con il familiare nome di Ario, si dedicò con grande spirito di ricerca e buon successo di pubblico, alla pittura. Il video dell'incontro si può vedere qui:

http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/Incontro_29_05_2009_video_1.php 

Sempre sul sito della Fondazione Piazzolla è presente il file audio dell'incontro "Le Voci della Città"del 29 Ottobre 2004 (Conferenza su Marino Piazzolla e Ariodante Marianni, intervento critico di Donato Di Stasi; letture di Roberto Bisacco), al quale prese parte anche Ariodante. Questo l'indirizzo per chi volesse ascoltare.

http://www.fondazionemarinopiazzolla.it/audio_vocidellacitta_29102004_1.php

Rivista_233_bigRicordo Ariodante, Roma 29 maggio 2009


domenica, 21 giugno 2009

Lettera a mia zia sul corretto approccio alla poesia moderna, di Dylan Thomas

Per te, zia mia, che vorresti esplorare
il Chankley Bore letterario,
duro è il sentiero perché tu non sei
un'ottentotta letteraria
ma sei una colta e gentile signora
che non conosce Eliot (a suo disdoro).
E' un'onta, zia, che tu non scorga
nessun talento in David G.
e nessuna armonia, nessuna forma,
in Ezra Pound e T. S. E.
E' un'onta, zia! Ora ti mostrerò
come elevare la mediocrità
e salire a vedere il panorama
da una moderna altezza parnassiana.

Primo, compra un cappello,
non un modello di Parigi
ma di quelli che indossano gli svizzeri
quando yodellano, una cosa a bombetta
con qualche piuma per nascondere la vista;
e poi scendi in strade con i sandali
(i pittori moderni usano i piedi
sopra strisce di tela per dipingere
le loro mogli e madri meno i fianchi).

Forse sarebbe meglio che creassi
qualcosa di novissimo,
un romazetto osceno scritto in erse
o in distici gallesi in senso inverso;
oppure quadri sul dorso di giubbetti
o salmi sanscriti su lebbrosi petti.
Ma se ciò risultasse in-attuabile
andrà bene lo stesso,
potrai scrivere quello che ti piace,
e far versi moderni è alquanto facile.
Non ti dimenticare che "mignatta"
fa rima con "mignotta" in questi tempi inquieti
e che le virgole sono il peggor delitto.
Pochi intendono Cummings, e pochi
i bassifondi mentali di Joyce,
e pochi le chiacchiere in codice
del giovane Auden: d'altronde
sono i pochi che contano.
Non essere mai chiara, non esprimere
nessun pensiero o sentimento,
se vuoi sentirti proclamere grande,
(pensare, lo sappiamo, è decadente);
non tralasciare parole vitali
come pancia, (...) e genitali,
perché sono tutte cose che hanno parte
(e quale parte) in ogni buona arte.
Ricordati: ogni rosa è verminosa,
ed ogni bella donna è contagiosa;
e ancora questo: l'amore dipende
da come il guanto gallico pende.
Rammenta inoltre che la vita è inferno;
e il paradiso ha un tanfo
d'angeli putrescenti che su e giù
fanno una gran baldoria dentro il blu.
Con questo in mente cosa fermerà
l'ascesa del poeta verso la sommità?

Un'ultima avvertenza: prima che ti comincino
le convulsioni dell'arte,
togliti il cuore, elimina il cervello;
senza questo flagello, potrai sì
essere un genio come David G.

Fatti coraggio, zia, e manda la tua roba
a Geoffrey Grigson con il mio "soffietto",
e possa io vivere ancora
per godere il successo dei tuoi versi
nell'accendere il fuoco.

(in D. Thomas, Nuove poesie, Einaudi; traduzione di Ariodante Marianni)

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categorie: dylan thomas, ariodante marianni
domenica, 07 giugno 2009

La responsabilità personale, a Nelo Risi

Nelo, ci chiamano ai comizi un'altra inutile
volta; i necrofori approntano le urne
e giù nell’aria è il tanfo dei cadaveri
delle nostre speranze…
                                     Si chiacchierava
di bassa politica: scippi, baratterie,
lottizzazioni, mafie all’interno dei partiti
e gli altri marchingegni del mestiere
di chi governa, in questo scorcio di millennio,
le nostre sorti e la rabbia impotente,
quando uno (il tipico paracattolico apostata
che ben conosci) all’improvviso,
arcigno e accusatorio ci imbavaglia:
“inutile discutere: siamo colpevoli tutti!”.
Gli altri annuivano convinti. Ma io sentivo,
dallo stanzino buio, un ragazzino protestare;
batteva i piedi e strillava: “non è vero!
io non sono stato!” e da sotto la porta
faceva scivolare un foglietto con scritto:
uno, barra, quarantatremilioni.
 
[…]
 
Fra tre giorni si vota. Voterò “contro”,
come sempre, deglutendo sorsi di rabbia
impotente. Andrò al seggio serio e compunto,
prenderò il mio foglietto; traccerò il segno
senza esitare: la mia quarantatre-
milionesima parte di volontaà popolare.
 
Roma, 11 giugno 1987
 
Ariodante Marianni, estratto da Una strana gioia, Manni 2003, pp.66-68

martedì, 02 giugno 2009

Versi di Emily Dickinson, tradotti da Ariodante Marianni

L'affaccendarsi in una casa
la mattina dopo una morte
è il lavoro più solenne
che sulla terra si dà.
 
Raccogliere i pezzi del cuore,
riporre via quell’amore
che non dovremo più usare
fino all’eternità.

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lunedì, 11 maggio 2009

Recensione a "Un amore senile e altre spezie" sulla rivista FERMENTI

Sulla rivista "Fermenti" n. 233 del 2009 è apparsa una recensione di Donato Di Stasi alla raccolta Un amore senile. Tra le diverse osservazioni del recensore, abbiamo scelto di riportare qui le brevi frasi che seguono, le quali, a nostro avviso, bene indicano uno degli elementi fondamentali presenti nella poesia e nella vita di Ariodante Marianni:

"Anche quando Ariodante Marianni racconta sinceramente se stesso, la via della confessione intima viene sempre agita nello spazio pubblico della poesia, essendo innervata da una forte tensione etica ("Una folata/ mi sospinge fra i piedi un foglio di giornale;/ ne occhieggio il titolo: sopra altre sabbie/ undici giovani in una camionetta/ saltano in aria su una mina. Stretta/ all'aorta. Ma lei mi bacia e io torno felice").  Al falso movimento di un'epoca svuotata e angosciata l'Autore oppone il movimento vero e vitalistico di eros, che sfugge nella sua follia a ogni conformismo e perbenismo [...]  Siamo in presenza di una scrittura sottile, capillare, a volte estatica, animata da un sensualismo forte e da una nativa tendenza alla ricerca nella vita di anime sorelle e affinità elettive, cui legarsi per mistica solidarietà d'amore e di destino [...]  L'onda della moda ha cessato da tempo di portare in alto i poeti: crediamo tuttavia che Ariodante Marianni meriti di essere scorto su qualche cresta lontana e chiamato a viva voce".

Ario alla Madonna_del_Sasso_2006c


martedì, 28 aprile 2009

Una nota di Antonio Barbuto sulla poesia di Ariodante Marianni

All’alta scuola dei testi
 
Io credo che a tessere l’elogio di Ariodante Marianni basti la semplice elencazione delle date e dei titoli da dove risulta una cospicua attività di traduttore d’alta qualità e l’esordio come poeta all’età di sessantacinque anni.
Non solo, ma che tutta la produzione poetica di Ario si compendia in tre libretti messi insieme con testi rimasti nei cassetti per decenni, salvo qualche rara apparizione in rivista, e qui mi piace ricordare l’elegante e squisita “Marsia” di cui fu tra i più solerti animatori.
Questo, al mio paese, si chiama pudore e rispetto per sé e per gli altri. Se poi si ha la fortuna di conoscerlo anche fisicamente, allora i conti tornano perfettamente, perché quei versi non sono immaginabili in un altro corpo che non sia quello di Ario, non possono avere che le modulazioni di voce di Ario.
Un poeta che assolutamente non appartiene all’uccelliera che invade le cronache spicciole della cosiddetta attività letteraria, anzi è l’esatto contrario, con la sua riservatezza e il buon gusto che traspaiono da ogni atteggiamento. Mi è bastato incontrarlo poche volte per apprezzarne la solida cultura letteraria e artistica - è anche pittore -, la piacevolezza della conversazione: quelle doti che tradotte nell’esercizio della scrittura sono compendiate da Mario Luzi nella capacità di asciugare “all’estremo l’istantaneo [a] far rilucere la sostanza”.
Infatti, la “lunga stagionatura cui Ario ha sottoposto i suoi testi creativi ha conseguito il risultato che ogni vero poeta deve desiderare, quello cioè di chiarirsi la materia e purificarla “dalle scorie della soggettività” governata “dalla perizia dell’uomo e dell’artista”.
Riunire in un solo volume i primi due libretti sotto il titolo Stato d’allerta a molti di noi ha procurato il piacere della rilettura, ad altri certamente quello di scoprire una voce autentica “di pulizia luminosa e cordiale”.
Mario Lunetta ha scritto una prefazione circostanziata e illuminante, e ha dato della poesia di Ario tutte le coordinate tematiche e le strutture metriche sintattiche e ogni artificio retorico che sottendono il testo poetico.
Vanno dette almeno due cose per il lettore nuovo – visto che i prefatori, Luzi prima e Lunetta adesso, hanno già detto tutto quello che andava detto. Due cose che solo apparentemente non hanno niente in comune. E cioè che Ario è stato segretario di Giuseppe Ungaretti, anche se negli estremi anni (1967-1970); e che i poeti tradotti da Ario, invece di trasmettergli modi e contenuti per la sua poesia, gli hanno al contrario indicato la poesia che non avrebbe dovuto fare.
Si tratta, forse, di un esempio di chiara consapevolezza della propria natura e dei propri mezzi affinati all’alta scuola di quei testi, frequentati con lucidità critica e passione di lettore, ma tenuti nella debita distanza per non esserne schiavo o in grande e irreversibile debito.
(dal Quaderno n. 4 del Premio Nazionale "Antonio Cerruti-Ariodante Marianni", Borgo Ticino, 2009)

lunedì, 06 aprile 2009

Un ricordo di Francesca Santucci

Qui si può leggere un commosso ricordo di Ariodante Marianni, scritto da Francesca Santucci:

http://www.wandamontanelli.it/CdD/inter/2007/marianni.htm


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categorie: francesca santucci, ariodante marianni
venerdì, 03 aprile 2009

Un amore senile e altre spezie tra i libri selezionati al Premio Tassoni

La Giuria del Premio, composta da Nadia Cavalera (Associazione “Le Avanguardie”), Adriana Chemello (Università di Padova), Francesco Muzzioli (Università La Sapienza di Roma), Franco Nasi (Università di Modena e Reggio Emilia), con la collaborazione del prof. Duccio Tongiorgi (Universtà di Modena e Reggio Emilia) ha selezionato la prima rosa di opere per l'edizione 2009. Tra queste, per la Sezione Poesia c'è anche Un amore senile e altre spezie. Tutta la notizia qui: http://www.premioalessandrotassoni.it/generale/tutti-i-libri-selezionati-per-l%e2%80%99edizione-2009.html


giovedì, 26 marzo 2009

26 marzo 2007 - 26 marzo 2009

[...] Là ti do per compagni tre poeti
che mi furono amici, in carne e ossa.
Uno, vedilo, è Ungà: da quel palmeto
sbuca dietro una ninfa; sotto un braccio
trascina i panni sudici di guerra;
l’altro è Murilo, per amor di cui
Cortesia, se chiamata, rispondeva;
il terzo è Sergio, mite estroso saggio:
 
su un’azzurra astronave guida al regno
dell’insonne Levania i propri sogni.
E un altro te ne affido, sconosciuto:
fu Kha-kheper-Ra-semb, vissuto ai tempi
di Sesotri II; siede in disparte, muto;
cercò nuovi concetti “altre” parole:
si lamentò – consolalo – che tutto
era già stato scritto.
 
Da Requiem laico per Vittorio Sereni, in “Una strana gioia” (Manni, 2003)
 

venerdì, 20 marzo 2009

21 marzo: [Dovremmo attenderci molto]

Dovremmo attenderci molto

da un giorno come questo;

i versi degli uccelli s’odono nitidi

sul rumore di fondo dei motori,

 

i fiori vincono ovunque sulle foglie,

nessuna nuvola o velo di nebbia

disturba il cielo sereno: è primavera

anche nei cestini dei rifiuti.

 

Passa un vecchio (morirà presto),

ragazzi passeggiano, i libri

sotto il braccio, parlano a voce alta

di occasioni perdute.

 

Ariodante Marianni, da "Stato d'allerta", 2002
 

domenica, 15 marzo 2009

Se in tutto questo disordinato stupore

Se in tutto questo disordinato stupore
l’abbaglio proviene dal pensiero
perché il fine che insegue è “verità”
e troppo precisa pretende la risposta,
quali domande daremo al bambino,
quali incertezze e dubbi e negazioni?
L’acqua e la roccia sembrano accaparrarsi
tutta la dialettica dell’essere: la lotta
riporta allo sgabello, ogni apparente vittoria
ripropone la stessa sequenza:
più, più verità, con quel che segue…
 
Ed ecco, noi riprendiamo il cammino
in mezzo ai ruderi del labirinto, in cerca
di quel centro che non esiste, lungo vie
da gran tempo abolite, guidando il bimbo
per mano: per quell’amore, per quell’amore
che ci consuma, che già sappiamo inutile
sapienza, o forse solo elusiva bellezza.
 
(da Ariodante Marianni, Viaggio in incognito, Biblioteca Cominiana 1988; poi in Stato d’allerta, Manni 2002)

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domenica, 08 marzo 2009

1957 - 1959. Gli anni di Marsia 2. Una nota su "Le ceneri di Gramsci" di Pasolini

L’ultimo libro di Pasolini
pp. 45 – 53
 
[...]
In lui (Pasolini, n.d.r.) si ritrovano, esaltati e non di rado giustapposti, perciò in piena evidenza, molti dei “motivi” che, in parte autenticamente sentiti ma il più delle volte divenuti luogo comune, letteratura, caratterizzano una larga zona della produzione poetica di quest’ultimo decennio. Egli, tuttavia – e il merito va senz’altro ascritto all’acuta intelligenza e alla vasta cultura che lo contraddistinguono – anche quando i risultati del suo lavoro, come spesso gli accade, sono scarsi, riesce sempre ad interessare il lettore, a farlo partecipe delle sue ricerche e dei suoi gusti: il successo che ottiene la sua attività di poeta, di romanziere, di critico, di redattore di una delle più vivaci riviste d’oggi, ne costituisce la prova migliore.
Perfettamente in linea con tutto ciò è anche il suo ultimo volume di versi, Le ceneri di Gramsci […] Il libro è stato accolto dalla critica in maniera assai discorde: segno sicuro di una sua novità, ma insieme, e forse maggiormente, di una sua discontinuità e provvisorietà di risultati. Diciamo subito che il nostro giudizio è, nel complesso, sostanzialmente negativo; al qual proposito occorre avvertire che esso nasce anche da un rifiuto delle ragioni programmatiche di questo tipo di poesia, frutto com’è di un atteggiamento non soltanto critico nei confronti di qualsiasi tentativo alieno da quei principi che riteniamo esser propri della poesia di ogni tempo*.
[..] Come è evidente da queste citazioni, ma riassumendo un po’ tutto il complesso articolo (sul. 9/10 di Officina, n.dr.) Pasolini tende ad una sorta di sperimentalismo integrale: ricerca simultanea delle due direzioni, spirituale e stilistica. Un contenuto ideologico: il mondo inteso come oggetto di conoscenza, indirizza, determina, anzi, la concomitante ricerca stilistica, che assume, perciò, modi tradizionali, in quanto presupposti di un linguaggio meglio adatto ad esprimerlo. Questi intenti, che confermano essere Pasolini nel vivo delle odierne ricerche intorno alla poesia, non annunciano, a ben guardare, se non nei confronti dell’immediato passato, alcuna straordinaria novità. Si può, difatti, tranquillamente affermare che per ogni vero artista, e almeno nelle intenzioni, lo stile procede sempre da un contenuto spirtuale (Amor che ditta dentro) e l’inventare, per accettare la terminologia di Pasolini, si identifica sempre con lo sperimentare. Si potrebbe anche aggiungere che il mondo non è per nessuno, e tanto meno per un artista vero, solo fonte di sensazioni, ma anche oggetto di conoscenza, ecc.
Non è tuttavia questo che ci preme di porre in risalto: è piuttosto un aspetto contraddittorio che ci sembra di poter cogliere nel suo discorso, e non nel suo discorso soltanto, ma un po’ da tutto il suo operare. E cioè quello che sorge fra la passione che gli fa “adottare una problematica morale” e lo conduce ad opporsi “agli istituti precedenti” e lo spirito filologico che, come egli afferma, presiede alla sua ricerca, e che dovrebbe abolire all’origine ogni forma di “posizionalismo”.
[…] In un certo senso, dunque, anche lo sperimentalismo di Pasolini, apparentemente così aperto e spregiudicato, è una posizione precostituita (o predestinata, se si preferisce); è perciò naturale che si manifesti come ostacolo alla compiuta espressione artistica, alla poesia. Questo libro lo testimonia in modo che a noi sembra inconfutabile. Pur prendendosi tutte le libertà che la comoda etichetta della sua poetica gli consente, e quindi anche quella di abbandonarsi di tanto in tanto alla sua vena genuina, egli interviene continuamente, come il suo programma impone, a correggere la liricità sensuale e patetica (nel senso migliore) che è al fondo della sua ispirazione, costringendola negli argini di un dettato raziocinante e prosastico. Oppure, ed è l’aspetto inverso di uno stesso modo di porsi di fronte al fatto artistico, quando la materia è per sua natura razionale, il bisogno di “poetizzarla” in qualche maniera, lo spinge a farle subire un processo di infervoramento, di esaltazione lirica, o a rivestirla dei fastosi ma fallaci splendori che la sua consumatissima esperienza linguistica gli somministra.
[…] Le parti buone del libro nascono, com’è naturale, quando lo scrittore, distratto il suo metodo ideologico – stilistico, riesce a parlarci con semplicità e verità. Saranno, allora, una notazione felice:
                                  
                                   scrosciano le saracinesche
                                  dei garages di schianto, gioiosamente
 
o l’incantato sostare davanti alle “visioni della città sparsa di luci” che “echeggia di mille vite”:
 
                                  …in mezzo
                                  a palazzi, quasi mondi, dei ragazzi
                                  leggeri come stracci giocano alla brezza…
 
[…] a svelarci quanto di autentico è in lui, quel guardare alle “forme del mondo” con sensi di gentile pietà e di partecipe allegria.
                                                          Ariodante Marianni
Nota
* Poiché queste dichiarazioni potrebbero far pensare a un nostro atteggiamento fazioso o anacronistico, ed attirarci la taccia di angustia critica, è bene avvertire che esso rispecchia un urgente bisogno di chiarezza; non crediamo, tanto per fare un esempio, che vi siano due diversi modi di leggere poesia: uno valido per i poeti della tradizione e un altro per quelli di oggi. Da ciò il rigore a cui aspiriamo […]

domenica, 01 marzo 2009

Su "Il muro torto" di Mario Picchi. Scheda per il Dizionario degli autori e delle opere

Il Muro Torto, pubblicato da Einaudi nel 1964, è una parabola da affiancare al Barone Rampante di Calvino, con un particolare non indifferente rispetto a quest’ultimo, e cioè che il protagonista non è un’emblematica solipsistica figura settecentesca, ma un contraddittorio, donchisciottesco e chapliniano picaro del nostro tempo.
Protagonista del romanzo è, infatti, un giovane solo al mondo, ribelle alla società, che ha scelto per dimora un anfratto su un terrapieno alberato delle mura Aureliane, a Roma, a poca distanza dal Muro Torto, tra piazzale Flaminio e Via Veneto, che si guadagna da vivere fabbricando inchiostri speciali da vendere alle cartolerie. All’inizio della vicenda, lo incontriamo in una piscina, alle prese con un “orrendo” bagnino che gli vieta brutalmente l’uso del trampolino, destinato a suo dire soltanto agli atleti. Il giovane vive il divieto in modo abnorme; esso rappresenta ai suoi occhi un sopruso che non si limita alla propria persona ma investe l’idea stessa di democrazia e di giustizia. Si mette in cerca del Direttore, spacciandosi per nipote di un ipotetico cardinale e, dopo molte ricerche, disguidi e appostamenti, riesce infine a sorprenderlo nella veste meno idonea a rappresentare il concetto d’Autorità: mentre fugge completamente nudo, scacciato dai propri dipendenti. Per ringraziarlo degli abiti da lui recuperati, il Direttore lo invita a casa propria, ma quando l’indomani gli si presenta, pur ricevendolo cordialmente come “nipote del cardinale”, non ricorda nulla del giorno prima e sostiene di averlo conosciuto “in casa di Sua Eminenza”. Il giovane sta al gioco, sperando in tal modo di ottenere giustizia, ma il rapporto che si instaura fra i due, ormai su un piano di pari dignità sociale nel mondo dell’ordine, a poco a poco lo influenzano e danno un corso diverso ai suoi pensieri e ai suoi comportamenti. Entrato nel giro delle amicizie del Direttore, dove troverà perfino la tanto desiderata compagna, farà un riesame dell’intera faccenda e finirà con l’inserirsi pienamente in quella società che aveva rifiutato e da cui si era esiliato, con la chiara coscienza di ciò che essa pretende e rappresenta. “Sono i miei simili, io sono simile a loro”, dirà a un certo punto.
Può sembrare la storia di un moderno Pinocchio che da burattino si trasforma in un ragazzo “come tutti gli altri”; io trovo piuttosto che adombri il mito adamitico e la vicenda umana del passaggio dallo stato di innocenza del bambino a quello corrotto dell’adulto. C’è anche qui, all’origine, una proibizione e una trasgressione; c’è la cacciata dall’Eden e la conseguente ricerca di un proprio spazio, che solo può essere ottenuto seguendo le regole del gioco, magari sotto mentite spoglie.
Ma il significato ultimo e la ‘morale’ del racconto, ha scritto Giorgio Caproni, “sfumano in un arcobaleno di possibili interpretazioni... che ora toccano il costume ora le istituzioni ora addirittura la metafisica dell’essere e l’angoscia esistenziale… a dar vita al romanzo è l’ininterrotto pullulìo di figure umane, ombre od uomini certi non importa, e di luoghi e di episodi scaturenti l’uno dall’altro con una ‘logica’ che potrebbe sembrare onirica se non fosse la stessa ‘logica’ della poesia”.
                           (Ariodante Marianni, aprile 2005)
 

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domenica, 22 febbraio 2009

1957 - 1959. Gli anni di Marsia. 1

Un'esperienza che Ariodante Marianni ritenne sempre molto significativa per la sua formazione fu la partecipazione (insieme a Manlio Barberito, Luigi De Nardis, Alessandro Donmarco ed Enzo Mazza) alla redazione di Marsia, rivista pubblicata a Roma tra il 1957 e il 1959 (la redazione aveva sede in Via Cola di Rienzo 243).
"Marsia occupa un posto di reale decoro culturale, benché ignorata nelle storie della letteratura secondonovecentesca e persino nei consuntivi dedicati ai "cento anni di riviste". Se vogliamo: le indicazioni del manifesto programmatico del periodico romano della via da percorrere nella pratica della critica letteraria e della produzione artistica, finiscono per essere risucchiate nella babilonia delle formulazioni delle poetiche postbelliche. Resta però un documento, con una sua particolare fisionomia, d'un momento significativo delle vicende dell'attività culturale nell'Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, che si colloca in quell'area di ricerca e di rinnovamento contenutistico e formale che caratterizzò larghi settori delle patrie lettere [...] cercando di rimanere fedele a una nozione alta di letteratura senza le false retoriche delle verità impossibili.", scrive Antonio Barbuto nel saggio "Profilo di una rivista degli anni Cinquanta: Marsia, 1957-1959", pubblicato nel volume Filologia e interpretazione. Studi di letteratura italiana in onore di Mario Scotti, a cura di Massimiliano Mancini, Bulzoni Editore, 2006, pag. 566.
Oltre ai contributi dei componenti della redazione, Marsia potè contare su quelli di numerosi, illustri collaboratori. Ricordiamo: Giovanni Giudici, Eurialo De Michelis, Ornella Sobrero, Alberico Sala, Giuseppe Cassieri, Andrea Zanzotto, Sergio Solmi, Attilio Bertolucci, Mario Picchi, Vittorio Sereni, Ferruccio Ulivi. Con alcuni di loro, Sergio Solmi e Vittorio Sereni sopra tutti, Ariodante intrattenne rapporti di duratura, profonda amicizia.
La Presentazione al n.1, un'inequivocabile dichiarazione di intenti:
"Poiché non tanto valgono i programmi quanto il modo di tradurli in realtà, una rivista si qualifica e si precisa, acquista cioè un tono e una linea, solo quand' è passato qualche tempo dal suo battesimo. Noi quindi, considerando i propositi da attuarsi non altro che formulazioni astratte, non andremo più in là di qualche osservazione che implicitamente giustifichi il Marsia. Tranne pochissime eccezioni, le nostre riviste letterarie ci sembrano più o meno indicative di un diffuso costume critico, così gracile e confuso nei suoi presupposti concettuali, e in genere così disarmato o sottilmente elusivo di fronte al fatto artistico, da denunciare nella scelta e nel giudizio sui testi una incertezza e uno squilibrio ormai cronici. Accade spesso di leggere cose che non sappiamo quale civiltà sottintendano, né come si possano prender sul serio, se non hanno altra prerogativa che quella di avvilire la funzione del linguaggio e spegnerne ogni residua dignità. Non sapremmo dire se la responsabilità risalga più che agli autori ai teorici, ma è certo che in ogni età consapevole dell' arte come manifestazione extra-quotidiana, sugli artisti ha sensibilmente agito il lavorìo degli studiosi, e la riprova ne è stata la generale nobiltà dell' espressione. E anche i pochi grandi, quelli capaci di sovvertire le estetiche con la fantasia ricreatrice, ne hanno in diversa misura risentito con l' articolarsi nei modi e negli atteggiamenti conformi ai tempi loro. Bisogna dunque supporre che il basso livello di tanta produzione contemporanea, e le storture e certe amene sconcezze di cui essa si compiace, siano in parte. da addebitarsi al modo come oggi si rielabora e si fa mostra di intendere nelle sue varie accezioni il concetto di arte. Meno genericamente, bisogna riconoscere che i molti pretenziosi suffissi coi quali si è data vita, negli ultimi decenni, ad altrettante effimere poetiche, hanno in realtà finito col viziare gravemente il senso comune, corrompendo il gusto e soffocando l'arte sotto un cumulo di preconcetti ad essa poco o addirittura non pertinenti; tanto che nemmeno più ci si accorge che il linguaggio cosiddetto moderno riesce a invecchiare tutto ciò che tocca. Se l'andar contro corrente è un segno di anticonformismo, segno che noi abbiamo ritrovato nel mito di Marsia, tale taccia non deve dispiacere a coloro che, reputandosi liberi da qualsiasi pregiudizio, mirano a specchiare l'onestà del proprio atteggiamento nella coerenza dei singoli giudizi, poiché ai discorsi tendenziosamente allusivi di cui oggi si abusa, la sola cosa da opporre è appunto questa; un linguaggio il più possibile preciso e consapevole, lontano sia dagli eleganti barbagli che dai preziosi calligrafismi, nonché dai compromessi e dagli equivoci".

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lunedì, 16 febbraio 2009

16 febbraio: un frammento da Confiteor

[...]
Con la testa confusa e il cuore gonfio
di trite notizie (che c'è di nuovo
al mondo? - in Corea si combatte,
una regina è succeduta a un re,
i governi proclamano equilibri
di forze e tornano ad armarsi)
questa mattina mi sono aggirato
per le sale del Palazzo dei Cesari, sul Palatino,
tetre come spelonche di cavernicoli,
e ho camminato a lungo pei vialetti
tra marmi rotti, muri dissepolti,
e tutta la superbia umiliata
che ora serve da sfondo alla foto dei turisti,
tra l'alloro e l'acanto e il finocchio selvatico
(era lo Zefiro, quel venticello odoroso?)
lucertole e sterco disseccato,
pensando al tempo distruttore e alle mire dell'uomo,
a mille altre cose più o meno sublimi,
esaltandomi, ironizzandomi,
prendendo appunti per una stolta abitudine
(ed era un fiore quel miracolo giallo?)
[...]
 
(16 febbraio 1952, trentesimo compleanno del poeta)
        La poesia "Confiteor" fu pubblicata in Poesia in piego (Roma, 1979) e successivamente in Stato d'allerta (Manni, 2002)

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categorie: ariodante marianni, confiteor
domenica, 08 febbraio 2009

La pittura di Ario: mostre recenti, personali e retrospettive

- Fondazione "Achille Marazza" Borgomanero NO "Un grado zero della pittura", dal 14 febbraio al 10 marzo 2004

- Galleria "La parada" Brescia, "Ario Marianni. Monotipi degli anni Sessanta", dall'11 giugno al 9 settembre 2005; presentazione di Eleonora Bellini e Gi Morandini

- Fondazione "Achille Marazza" Borgomanero NO "Frammenti di labirinti" in occasione dell'iniziativa "Le seduzioni del mito. Progetto didattico di storia dell'arte", dal 7 al 27 aprile 2006

- Sala "Pietro Borsieri", Comune di Belgirate VB, "Astrattismo romano degli anni Sessanta e Settanta", dal 23 luglio al 6 agosto 2006; presentazione di Giulio Martinoli

- Biblioteca Civica di Omegna VB, "Pagina Picta", dal 24 febbraio al 31 marzo 2007; presentazione e incontro con l'artista di Giulio Martinoli

- Biblioteca "P. Ceretti" di Verbania, "Pagina Picta", dal 4 al 24 aprile 2007; ricordo dell'artista di Giulio Martinoli

- Galleria "La parada" Brescia, "Ario opere e liriche", dal 16 marzo all'11 aprile 2008; presentazione di progetto per un labirinto di vetro, 1971; acrilico su telaEleonora Bellini e Gi Morandinifesta degli animali ad Altamira, monotipo, 1963


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La pittura di Ario: mostre degli anni Sessanta e Settanta

Ario, acrilico su tela, 1970MOSTRE PERSONALI
- Libreria Einaudi, Roma dal 26 maggio 1966 (autopresentazione dell’autore)
- Galleria "Il Segno" di Angelica De Chirico, Roma dal 12 maggio 1970 (presentazione dell'autore e di Hans Richter).
- Galleria "Il Fiore", Firenze 1973 (presentazione di Lara - Vinca Masini).
- Galleria Giraldi, Livorno dal 24 marzo 1973.
- Galleria San Luca, Bologna dal 16 marzo 1974 (presentazione di A!fredo Giuliani) .
- Studio Rotelli, Finale Ligure Borgo dal 19 agosto 1974 (testo di Cesare Vivaldi).
- Galleria Centrosei -Nuove situazioni, Bari dal 15 aprile 1976
- Galleria d'arte Duemila, Bologna 1977.
 
MOSTRE COLLETTIVE
 
- Galleria "Il Fiore", Firenze 1963
-"Area letteraria nella figurazione". Premio Nazionale Michetti, Francavilla a mare, 1965.
- Galleria "Il Segno", Roma 1969.
- Casa d'Europa, Roma 1970 "Scrittori - pittori alla Casa d'Europa nel centenario di Roma capitale".
- Sodertalje Konsthall, Stoccolma 1972  "Grafica italiana".
- Galleria "Il Segno", Foyer del Teatro Olimpico, Roma 1973 "Processo fattivo".
- Galleria Carolina, Portici (Napoli) 1973 - "Processo fattivo".
- XVI Festival dei Due Mondi, Spoleto 1973 - Mostra-laboratorio di grafica internazionale alla Spoletosphere.
-  Magione dei Cavalieri del Tau, Altopascio 1973 -"Di dove veniamo, chi siamo, dove andiamo"
- Il pubblico e l'arte contemporanea. Museo Progressivo d'arte Contemporanea Città di Livorno, 1974
- Prima Biennale. Galleria "Mercato del Sale", Milano 1977 "Raccolta Italiana di nuova scrittura".

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categorie: mostre, ario, ariodante marianni

Appuntamenti trascorsi

A Parole nel tempo, Piccoli Editori in Mostra, nel Castello di Belgioioso (Pavia) BOOK EDITORE domenica 28 settembre alle ore 12 ha presentato UN AMORE SENILE E ALTRE SPEZIE poesie di Ariodante Marianni. Sono intervenuti VINCENZO GUARRACINO, ALFREDO LUZI, ELEONORA BELLINI.
 
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Sabato 19 maggio 2007, alle ore 11, nell'aula magna dell'ITIS "Leonardo da Vinci"di Borgomanero gli studenti hanno dedicato poesie e musica al ricordo di Ariodante Marianni:
" Sabato 19 maggio all'ITIS "Leonardo Da Vinci" di Borgomanero (NO) si è tenuta una lettura di poesie scritte dagli stessi studenti e un concerto in ricordo ed onore di Ariodante Marianni, scomparso il 26 marzo proprio a Borgomanero. Il legame dell'illustre quanto generoso e schivo poeta, artista e traduttore con la Città e con l'ITIS risaliva al 2002, anno in cui, in occasione del conferimento del Premio Nazionale Marazza per la traduzione poetica, egli tenne un memorabile incontro con oltre duecento studenti della scuola. La collaborazione e l'amicizia continuarono successivamente con la realizzazione di una "giornata con il poeta", di un incontro di aggiornamento per gli insegnanti ed occasioni di incontro e di scambio diverse. La personalità di Marianni è stata brevemente ricordata, con amicizia e commozione, dal prof. Di Cerbo e alcune sue liriche sono state lette dall'attrice Bruna Vero con accompagnamento musicale del maestro Giancarlo Schinina. E' seguita la lettura dei testi composti dagli studenti, ispirati alla lettura dei libri di Marianni; quindi il concerto. (E. B.)
Ariodante con Zuccato 16 novembre 2002Incontro 16 novembre 2002
 
 

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categorie: eleonora bellini, alfredo luzi, vincenzo guarracino

Amici: da Sergio Casavecchia

Il 29 marzo all’età di 85 anni un caro amico è andato via da questa dimensione, con lui ho condiviso momenti preziosi, ho arricchito la mia conoscenza. Ariodante Marianni o più semplicemente Ario, per me, per noi della Scuola è stato in vita una personalità multiforme interessandosi di letteratura, poesia e pittura. Per quasi 60 anni coltivò la passione della poesia, scrivendo centinaia di testi, ma la devozione a Giuseppe Ungaretti, che fu suo maestro, gli impedì per lungo tempo di pubblicare la sua opera. Solo molti anni dopo la morte di Ungaretti, di cui fu anche segretario, Ario, dopo non pochi ripensamenti, ha pubblicato le sue raccolte di versi, conquistando tuttavia subito la critica e numerosi riconoscimenti. si dedicò anche alla traduzione poetica: sue sono le memorabili traduzioni dell'opera di Dylan Thomas, di William Carlos Williams, fino al recentissimo Meridiano Mondadori con la traduzione in versi italiani di tutta l'opera poetica di W. B. Yeats, vincitrice del Premio Internazionale Monselice per la Traduzione. Ha collaborato con saggi e note di critica a importanti riviste, convegni, e programmi culturali radiofonici e televisivi.
E' stato anche un apprezzato pittore con il nome d'arte di Ario, e svolse un ruolo di rilievo nel panorama delle avanguardie italiane dagli anni Cinquanta alla meta' dei Settanta, al fianco di Dorazio, Mulas e Perilli. A noi piace ricordarlo alle Tremiti dove veniva a rilassarsi “dilatando l’attimo” con la pratica del Taiji, la sera dopo cena, mediterraneo e oriente convivevano in armonia intorno al suo tavolo tra i versi dell’epoca Tang e le sue poesie. Era con noi anche in occasione del primo viaggio in Cina attraverso i molti luoghi della marzialità e della tradizione. Ciao Ario, Ti saluto e Ti salutiamo con un tuo scritto, pensieri ed emozioni praticando taiji, dipinti sulla carta con la magia delle tue parole e dalla tua sensibilità di poeta del nostro tempo, lo rileggeremo alle Tremiti di giugno e settembre dove ci siamo conosciuti.

Martedì 12 giugno 2007 alle ore 21.30 l'ACCADEMIA EUROPEA DI WUSHU durante il seminario tenuto a San Domino (IsoleTremiti) ha ricordato Ariodante Marianni amico e poeta.

E' stato proiettato un breve filmato che si può vedere qui:

http://web.mac.com/ewawushu/ewa/ciaoario.html 


postato da: ariomarianni alle ore 08:07 | link | commenti
categorie: ariodante marianni, sergio casavecchia

Amici: una poesia di Paride Mercurio

LUCE D'ORO

Nella nostra largura
verdeggiante
pensando al maestro
presto perduto
lasciato alla pietà
di un dio ignoto
siedo su una panchina
sordo al canto
degli uccelli nascosti
sordo ai rintocchi
di campane lontane.

In te confido

Tu sorgi
sorgi attesa e luce d'oro
dalla tua pelle
l'anima mi inonda


Paride Mercurio, 28 marzo 2007


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categorie: ariodante marianni, paride mercurio