Incontrai Jole Tognelli, la prima volta, sulle pagine d'un giornale. La Fiera Letteraria aveva indetto un concorso di poesia e una sua composizione intitolata “Lamento d'Eva” l'aveva vinto. In quel testo, pieno di echi ungarettiani, e che verteva su quella che un ventennio più tardi sarebbe passata come tematica della "condizione femminile" (ma qui vista non tanto come frutto di una socialità perversa, quanto come destino ineluttabile, ravvisato nel mito ebraico della creazione) c'erano versi che mi si impressero nella memoria; uno, soprattutto, un endecasillabo di rara efficacia, mi si ripresentava con tanta insistenza da svuotarsi progressivamente d'ogni carica poetica fino ad assumere toni quasi umoristici. “E che son io se non mi tocca Adamo?” mi capitò di citarlo in conversazioni frivole, e non sempre castigate.Fu così che quando, anni dopo, trovai su una bancarella un volumetto intitolato provocatoriamente Eva contro Adamo, non esitai ad acquistarlo. Era l'esemplare n. 550 del suo primo libro di versi: Roma, 1950, 600 copie numerate, con cinque (brutte) illustrazioni fotografiche in bianco e nero, palesemente pubblicato a proprie spese, e piuttosto sciatto, nonostante la tipografia sfoggiasse il nome di Arte della stampa. Oltre ai versi, conteneva due brevi prose, una “Pagina per Eva”, a mo' di prologo, e un “Commiato”, con pensieri e citazioni, evidentemente destinati a fornire alcune linee di poetica. Non posso dire che la lettura del libro mi entusiasmasse; il linguaggio, nonostante vi avesse gran parte l'Ungaretti degli "Inni", era ancora tardo-simbolista, con influssi della poesia francese (Valéry) e tedesca a cavallo del secolo (Rilke, George), che a me, stretto fra la concretezza dei classici e quella dei moderni anglo-americani, non poteva certo apparire consanguineo. E poi, anche la materia mi sembrava confusa, troppa carne al fuoco, troppe spezie, troppa letteratura. E tuttavia in quel "troppo" c'era abbastanza da farmelo ritenere interessante e indurmi a conservarlo.
Passò altro tempo. A una festa di Capodanno (1959) in casa di Giuseppe Cassieri, dove con altri amici mi aveva portato Enzo Mazza, trovai anche la Tognelli. Il suo aspetto s'imponeva: alta, bionda, un volto irregolare ma espressivo; occhi turchini dietro le lenti da miope; abiti alquanto vistosi, lunghe gambe dentro calze viola. Seduta compostamente, non partecipava alla nostra gazzarra, ma ne era visibilmente divertita. Mi avvicinai a lei; le parlai del suo libretto, manifestandole le mie riserve che accolse con spirito, dandomi ragione su molti punti. Trovai una conversatrice intelligente, ironica, disponibile al dialogo. Chiacchierammo a lungo, con crescente simpatia. Quella walkiria quarantenne rivelava un'anima timida, desiderosa di aprirsi, con ingenuità ed entusiasmi da adolescente, una mente nutrita di fantasie e riflessioni solipsistiche ma anche di molte letture, asistematiche, ingurgitate con avidità onnivora.
Prendemmo a frequentarci, prima sporadicamente, poi sempre più spesso. Mi regalò due suoi volumetti pubblicati prima di conoscerci: Il manualetto del pittore (1951), una raccolta di aforismi di vario genere sull'arte, con qualche felice intuizione, passi denotanti acume e sensibilità, insieme ad asserzioni indimostrate, frammenti oscuri, appunti scarsamente interessanti. L'altro, Quadri di una galleria privata (1958), conteneva una trentina di poesie che mostravano un progressivo distacco dalle poetiche simbolistiche e la contemporanea comparsa di alcune direzioni di marcia (già presenti, del resto, seppure in minore evidenza, nei versi precedenti) destinate a segnare la via alla produzione successiva: cadenze, stilemi, predilezioni lessicali (parole con suffisso in "zione", per esempio), aggettivi conflagranti coi rispettivi nomi con esiti spesso surrealistici, uso di inserti mutuati da altri contesti.
La poesia di Jole si era venuta formando nella più totale solitudine; non può sorprendere che la nostra amicizia abbia avuto un peso nel suo sviluppo perché fui il primo a parlare con lei dei suoi versi, ad analizzarli insieme con affettuosa partecipazione. Alla sua acuta intelligenza bastava poco: un'esitazione nella lettura, l'avvertimento d'una ridondanza, o d'un vuoto, la segnalazione d'un allentarsi della tensione lirica. Incoraggiato dal fatto che accettava volentieri, sollecitandole anzi, le mie critiche, mi mostravo spietato o allegramente caustico (coerentemente con le mie idee di allora, come fra poco dirò) con le poesie che via via mi mostrava; ma anche un'osservazione buttata lì come una battuta poteva avere la sua importanza. Ricordo una delle prime: "Sei così divertente quando parli, perché diavolo, scrivendo, sei tanto seriosa?". L'effetto arrivò quasi subito, quando cominciò a riversare nella scrittura il suo naturale umore toscano e a fare dell'ironia un uso costante e personalissimo (1).
Anche per me, l'incontro con Jole fu vitale. Stavo uscendo da un'esperienza che aveva messo a dura prova non soltanto le mie convinzioni letterarie, ma addirittura un modo di vedere le cose. Il punto di partenza era stato l'impegno redazionale nella rivista Marsia che con un gruppo di amici (peraltro assai eterogeneo) avevamo fondato nel 1957. Dover agire nel vivo contesto letterario mi fece scoprire con avvilimento quanto fosse inadeguato il mio bagaglio di conoscenze; necessitavo di una vera e propria rifondazione culturale. Mi misi a leggere di tutto; feci incontri con testi che mi apparivano fondamentali e che mi vergognavo di non aver conosciuto prima. Uno di questi, nello stato mentale che mi si andava creando, mi colpì in modo esagerato, anche perché dava corpo con buoni argomenti a riflessioni e sospetti che mi trascinavo vagamente dall'età giovanile. Lo avevo trovato citato nel libro di Rossi-Landi su Charles Morris, e mi ero affrettato a ordinarlo: era Language, Truth and Logic di Alfred Ayer. La sua lettura mi cacciò in un vero labirinto, obbligandomi a un'affannata ricerca di verifiche attraverso una moltitudine di altri testi e discipline: storia, antropologia, teorie della critica e della letteratura, psicologia, semiotica, sociologia, che inevitabilmente mi riconducevano al nodo principale: il rapporto fra il pensiero e le parole con cui viene, anche mentalmente, formulato. Entrai in crisi; mi sentivo come incapace di pensare, difficoltoso esprimere la più comune sensazione. Quando la nostra rivista cessò le pubblicazioni - l'ultimo numero uscì nella primavera del 1960 - già da molti mesi me ne ero estraniato; gli amici, vedendomi abulico, mi credevano stanco; nessuno di loro conosceva il mio vero problema.
In quello stato d'animo, uno scambio così intenso come quello istituito con Jole, consentendomi di seguire dal vivo i processi creativi di uno spirito tanto più libero e aperto al subconscio, mi arricchiva e fungeva inavvertitamente da stimolo. Ci vedevamo spessissimo, insieme agli altri amici o da soli; l'accompagnavo a tutte le prime al Teatro dell'Opera, visitavamo insieme mostre, discutevamo. Nell'estate del 1962, la sera, solo in casa, per distrarmi, senza alcun progetto o motivazione coscienti, mi ritrovai con i pennelli in mano a rivisitare un'attività perseguita con fervore da ragazzo e dovuta per necessità abbandonare. A poco a poco mi ci riappassionai, dedicando ad essa tutto il tempo libero, che non era poi tanto. A Jole, quelle mie prime cose piacquero molto e ne fu tentata; cominciò a disegnare anche lei, accrescendo ulteriormente le nostre occasioni di scambio. Per me ritrovare la pittura fu la salvezza (non potevo immaginare che vi avrei fatto quasi una carriera!): mi consentiva di sfogare una creatività repressa facendo a meno delle parole. In un certo senso me ne liberava, e tanto più che avevo ripreso a dipingere sulla scia dell'informale e della casualità, fuori da ogni costrizione accademica.
Gli anni dal 1962 al '67 furono per tutti e due piuttosto pieni. Jole scrisse e pubblicò l'Introduzione all'Ars punctandi (1963), la Lettera a Maria Barbara (1965), le nuove poesie di Dopo la Genesi (1967), le traduzioni dell'Ermafrodito del Panormita, oltre a occuparsi attivamente di Galleria e di Prospetti, le due riviste di cui era condirettrice - e oltre, naturalmente, al suo lavoro all'ufficio stampa del Teatro dell'Opera. Io (lavoro d'ufficio a parte anche per me) pubblicai nel 1965 la mia sudatissima versione delle poesie di Dylan Thomas, curai alcuni libri. e nel 1966, allestii la mia prima mostra personale alla Libreria Einaudi in Via Veneto, centro in quegli anni della vita culturale romana. Jole, frattanto, mi aveva procurato una grande occasione di esperienze, quella di collaborare all'Ufficio Stampa del Festival dei Due Mondi. Vi trascorrevo (e durò oltre due lustri) l'intero mese di ferie a contatto quotidiano con artisti d'ogni genere e cultura in un rimescolio d'invenzioni e di idee, entusiasmi e tremori: la vita dell'arte. Vi ebbi anche la rara opportunità di partecipare direttamente all'organizzazione di quelle straordinarie tornate di poesia che mettevano insieme, per la prima volta in Italia, i maggiori poeti contemporanei d'ogni lingua e paese. L'esperienza di Spoleto mi aiutò anche a capire perché il mondo del teatro - e dell'Opera, in particolare, in cui la più sfacciata finzione si sposa alla verità del canto e della musica in un equilibrio precario e nella più scoperta evidenza - si fosse così tenacemente radicato nella poesia di Jole.
Dopo la Genesi (titolo che le avevo suggerito io, così come avevo chiesto a lei di dare un titolo ad alcuni monotipi della mia mostra) uscì nel 1967 nella collana "Sintagma" dell'editore Sciascia e comprendeva poesie composte dal '59 al '66. Jole volle generosamente dedicarmelo, aggiungendo a mano: “gli avanzi delle poesie sforbiciate da Ario”. Benché uscisse dopo l'antologia dei Novissimi (1961) e la formazione del Gruppo 63, apparteneva alla stessa temperie e si collocava, con sicura originalità, fra i migliori prodotti della neo-avanguardia. Di questo, non fummo in molti ad accorgerci; uno fu sicuramente Gianni Toti che nella prefazione al volume ne indicava la naturale carica eversiva in consonanza coi tempi, ne elencava gli aspetti esteriori (i titoli di fianco alle composizioni, il fraseggio senza pause né spazi tra le parole, l'impaginazione a doppio binario con offerta di pluriletture, le grafie geometrizzanti e la grafica dislocante, le parole ripetute o fatte a pezzi e ridotte al loro residuo fonetico, l'inserto di locuzioni straniere e stranieranti, i neologismi, ecc.) e metteva in rilievo a proposito del materiale, ispirato ancora in gran parte all'Antico Testamento (“la storia della genesi è sempre aperta”, scriverà Jole anni dopo, in uno dei suoi Teatrini): "una nuova biblicità quotidiana, un parametro diacronico solo apparentemente perché rivelatore di strutture sincroniche della nostra coscienza ideologistica (cioè falsa, ipostatizzante, ecc.) o della nostra subita-sofferta ottica cieca".
La difficile strada intrapresa da Jole, la cui origine, a ben vedere, è già rintracciabile nei testi di Eva contro Adamo e che a riassumerei come duplice, simultaneo ascolto delle "voci di dentro" e dei "rumori di fuori" (quelli del proprio "vissuto", o derivanti da storia e cultura), con abbandono a un cauto semi-automatismo, trovò in Dopo la Genesi un'efficace sperimentazione e notevolissimi esiti. I quali vennero a totale maturazione nel libro successivo che uscì nel 1971 nei "Quaderni" di Marsia in una preziosa veste tipografica curata da Alessandro Dommarco, e che Jole illustrò con propri disegni. In Intervento onirico, la mèta appare perfettamente e consapevolmente raggiunta (2): "interno" ed "esterno", liricità e ironia, agiscono sullo stesso piano, compenetrandosi e opponendosi in un moto apparentemente immobile come nella classica rappresentazione grafica dello Ying-Yang. Coinvolto, e al tempo stesso estraniato, il lettore vi sperimenta uno stato mentale assai prossimo a quelli che si ritengono prodotti da certe forme di conoscenza visionaria. (3)
A proposito di questo libro, poiché ad apertura di volume l'autrice dichiara: “Questa raccolta è ispirata ai monotipi di Ariodante Marianni presentati il 26 maggio 1966 alla libreria Einaudi in Roma” è opportuno qualche chiarimento. Prima della mostra, avevo chiesto a Jole di aiutarmi a scegliere i pezzi da esporre e - come ho già accennato - a dare un titolo ad alcuni di essi (qualcun altro fu "battezzato" da Alfredo Giuliani). Jole venne da me, esaminò i pezzi con attenzione, e mi pregò di lasciarla sola; quando mi richiamò la trovai in preda a una forte emozione; aveva in mano degli appunti e il suo tono di voce era cambiato. Mi riferì i titoli che aveva pensato (e di cui feci scrupolosa menzione nella presentazione al catalogo) e non aggiunse una parola. Che cosa aveva letto in quei fogli? Dopo il vernissage, tornò più volte a vedere la mostra, e ne scrisse una generosa recensione. La nascita del libro fu dunque un evento fortunato (siamone grati agli Dei della poesia!) in cui ebbero parte oscuri fattori affettivi. La mia pittura funzionò da semplice catalizzatore, come avrebbe potuto farlo un viaggio o un incontro, mettendo in moto reazioni che riuscirono a cristallizzare le particelle in sospensione di una ricca interiorità, in un momento particolarmente fecondo.
Nell'aprile o maggio del '67, le mie frequentazioni con gli amici avevano subito una brusca riduzione: ero andato a lavorare con Ungaretti e l'impegno mi prendeva ben oltre le ore che gli dedicavo. Così, del volume successivo di Jole, uscito nel '72, gli straordinari Teatrini dell'assurdo e del possibile, pieni di humour (“Onfalopoiein”, “Parasessuologia scolastica”, “Fraseologia”, “Duetto in mi”) e di funamboliche fantasie (“Precedente etico dell'omineide” e “Assolo dell'omineide”) non ebbi che scarse anticipazioni. L'andare a vivere in campagna diradò ancora di più i nostri incontri che tuttavia continuarono ad essere ogni volta una festa. Jole continuava a scrivere e a pubblicare; a interessarsi di Galleria e della piccola cerchia di poeti e artisti, per lo più giovani donne, che negli ultimi anni si era formata intorno a lei con affettuosa devozione. La sua bibliografia si arricchì di numerosi titoli: volumi di poesie, traduzioni, cura di testi, che mi mandava regolarmente o più semplicemente mi dava a mano, quando ci si vedeva. Con l'andare del tempo, la sua scrittura si era placata; le poesie di Area operistica o quasi (Sciascia,1982), di Presunto diletto (Edizioni Florida, 1984 - con la lucida prefazione di Bruno Cagli) fino alle ultime, tragiche nella premonizione della prossima fine, de Il Discensore (Biblioteca Cominiana, 1989), non presentano più le aspre difficoltà delle precedenti, pur conservandone le caratteristiche di fondo. Ma fra gli ultimi libri, quello che ho amato di più è certamente Insettivoci (IBN Editore, 1989), che mi sembrò subito un piccolo capolavoro: una raccolta di "raccontini" centrata sugli insetti che osservava con occhio poetico e cura di entomologo nella sua casa di Monte San Savino a pochi passi dalla dantesca Gargonza: mirabili esempi di riflessione profonda e incomparabile leggerezza.
I ricordi di chi la conobbe e le fu accanto, raccolti in questo fascicolo, diranno che genere di persona fosse Jole. Per me, fu l'amica ideale: affettuosa, leale, tollerante, generosa nel senso più ampio (e non sempre gli amici lo sono, è doloroso provarlo, anche i più cari). La sua integrità morale e l'onestà intellettuale non avevano bisogno di esser messe alla prova, tanto erano connaturali alla sua indole e al suo carattere. Volava troppo alto perché gelosie e rivalità la turbassero, perché dovesse ricorrere alle comuni ipocrisie e sotterfugi. Io so di averla amata molto, ma non abbastanza; perché non si ama mai abbastanza chi ci è vicino ed è disponibile sempre, i nostri compagni di viaggio e di ventura.
In questi giorni che ho ripercorso attraverso i suoi libri tanti anni della nostra amicizia, un'immagine fra le molte mi è tornata spesso; un'immagine di grazia e di fugace letizia che la memoria custodisce nei suoi cassetti segreti con tenerezza e intatta nostalgia. Mi è gradito raccontarla, come si fa d'una foto ben riuscita, a chiusura di questa mia testimonianza. Fu durante una gita con gli amici a Bomarzo; dopo il giro dei "mostri", ci fermammo su un prato a mangiare i nostri panini. Sarà stata la splendida giornata, quel po' di vino bevuto, o una reazione alle chiacchiere importune d'uno del gruppo, all'improvviso mi prese un colpo di mattìa: cacciai un urlo da Tarzan e presi a rotolarmi lungo il pendio erboso. Immediatamente, Jole mi seguì, fra lo stupore degli altri che di colpo ammutirono. Ridendo, mi rovinò addosso con tutta la sua mole; poi si tolse gli occhiali e si distese supina, le braccia allargate intorno alla testa, assorta in una calma, infantile, totale felicità.. Era bellissima, come mai l'avevamo veduta, gli occhi davvero due ametiste, d'un azzurro violaceo, appena increspati da un'indicibile sorriso.
Ariodante Marianni (per il numero unico di Galleria, dedicato alla Tognelli)
(1) Quanto Jole prendesse sul serio l'aiuto e il conforto che le veniva dai nostri colloqui, lo prova una sua lettera del 14 novembre 1964, con cui mi inviava il testo di "Aeroplano da turismo" in una versione assai diversa da quella poi pubblicata in Dopo la Genesi:
Caro Ario, sei un po' la mia "coscienza", mi basta un tuo silenzio o una semplice incertezza perché tutto mi sia chiaro. Il "conoscersi" è sempre mediato; l'autonomia è un attraversamento. L'oggettivazione del quid non rientra nell'ego. "Aeroplano da turismo" non è un'altra cosa ma è quasi la cosa. L'intervento della cronaca, la successione delle date, delle disposizioni, degli eventi e degli incontri (il tempo esaurito fino all'estremo) ha eliminato le superflue compiacenze e restituito alla "verità" del germe. Di nulla sicura, credimi, l’ènomè scheggia la presunzione. Al di là della sofferenza c'è la sofferenza o qualcosa che le somiglia. In bene e in male. Non stancarti di seguirmi (anche se non lo merito) (forse neppure morti si può essere soli)”.
(2) E` interessante confrontare il bel saggio che Jole dedicò, non a caso, ad Alberto Savinio in Letteratura Italiana - I contemporanei, vol.2 (Marzorati Editore, Milano 1969). Me lo segnala l'amico Nino Libertini. Interpretazioni e citazioni in esso contenute potrebbero bene adattarsi a certi scritti di Jole, spie involontarie di una propria poetica e segno indubbio di una coscienza critica acutamente vigile nell'operare.
(3) Mario Petrucciani, nella recensione al libro apparsa sull’ Avanti! del 26 marzo 1972, scriveva: "Intelligenza ideativa e sapienza tecnica sostengono un dettato dirompente e provocatorio che fonde, nello scatto dell'invenzione linguistica, crudi bagliori e materia in disfacimento, tenerezza e rabbia. Dalla sua personalissima angolazione di ricerca semantico-stilistica, un'angolazione sciabolata di lampi ora glaciali ora roventi, la Tognelli riesce a decifrare alcuni lineamenti dell'assurdo in cui vive oggi l'uomo tecnologico".